La suora con la valigia

Il suo simbolo sarebbe una valigia: lo sanno bene le suore dell’istituto da lei fondato proprio 136 anni fa, che hanno esposto la sua valigia di pelle sciupata da mille viaggi nel museo che le hanno dedicato, nella casa madre di Codogno. Perché di viaggi ne ha fatti proprio tanti questa fragile ma determinata donna lombarda che ha dedicato la vita ad aiutare i migranti italiani che in quegli anni si volgevano pieni di speranza verso le Americhe. Francesca Cabrini aveva ricevuto quella missione da papa Leone xiii e per realizzarla si è fatta migrante fra i migranti. Partita da Genova con sette sorelle nel 1889 — lei che non conosceva il mare, proprio come la gran parte delle donne e degli uomini accatastati in terza classe — cominciò già durante la traversata a rendersi conto delle condizioni terribili in cui vivevano i migranti. Come loro, pensava di trovare una sistemazione accogliente e un aiuto una volta arrivata a New York, ma la aspettava un’amara delusione.

Il francobollo e l’annullo commemorativi del settantesimo anniversario della canonizzazione di Francesca Cabrini e la borsa da viaggio usata dalla religiosa

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I padri scalabriniani che le attendevano all’arrivo cominciarono a dire che non le aspettavano così presto, che la loro sistemazione non era ancora pronta. Il giorno successivo, dopo avere riposato in condizioni di terribile sporcizia in una locanda, recatasi dall’arcivescovo Corrigan, scoprì che la situazione era ancora peggiore: il prelato ordinò loro di ripartire con lo stesso bastimento perché i cattolici irlandesi, di cui lui faceva parte, non volevano fra i piedi suore italiane. Gli irlandesi infatti, ormai stabiliti in America da qualche decennio, deploravano l’arrivo di altri cattolici poveri, sporchi, ignoranti, quali gli immigrati italiani. Non li facevano neppure entrare nelle loro chiese.
Questa esperienza non fece che confermare a Francesca Cabrini quanto la loro presenza fosse necessaria. Anche lei senza protezione, senza sapere una parola di inglese, si mise subito al lavoro per trovare una sede degna, sostenitori benestanti che finanziassero le sue scuole e i suoi orfanotrofi, anche se si doveva scontrare con un muro di difficoltà. Niente andava per il suo verso, tutto sembrava congiurare contro il suo progetto: ma essa vedeva nelle difficoltà e nelle delusioni non tanto degli ostacoli, quanto prove spirituali per purificare i suoi intenti e dare più solide basi al suo operato. «Ci vennero all’orecchio — scrivono le suore nelle loro memorie — delle osservazioni e dei pareri, che essendo ascoltati avrebbero, per così dire, dovuto distruggere l’opera e in generale l’idea di fare del bene ai poveri italiani. Si udiva anche parlare dell’odio che si ha qui per gli italiani e le scuole loro, le difficoltà grandi che avremmo a vincere, eccetera. Fosse la reverenda madre generale stata una donna di poco spirito, certo avrebbe dovuto rinunziare a tutto e partirci subito». Da parte sua, Cabrini scriveva: «Qui non sopportano la vista degli italiani». Ma, qualsiasi cosa accadesse, Francesca era certa che, affidandosi completamente al cuore di Gesù, al momento giusto i risultati positivi non sarebbero mancati: insegnava alle suore che «la missione dovrà andare molto bene perché trova tante opposizioni».
Si muoveva in due direzioni: visitare i poveri, e comprendere le loro esigenze, da una parte; cercare di capire la società americana con incontri mirati, dall’altra. In questo periodo nacquero i suoi grandi amori: per i poveri italiani ignoranti e vilipesi, senza protezione e senza aiuto, ma anche per l’America, un paese che intuì subito pieno di prospettive di realizzazione, di aperture per chi arrivava. Si fece subito amare dagli americani per il suo approccio franco, il suo andare subito al sodo, la sua concretezza. La via per il riscatto dei migranti italiani le fu subito chiara: trasformare un esercito di italiani ignoranti e poveri in stimati cittadini americani. Riuscì così a trasformare i nemici — come l’arcivescovo Corrigan — in sostenitori, che le portarono aiuto per la costruzione dei primi orfanotrofi e per le prime scuole. Francesca infatti non chiedeva la carità, ma sapeva coinvolgere i suoi interlocutori proponendo investimenti in opere di assistenza che, grazie alla sua abilità di amministratrice, sarebbero diventati prosperi istituti. Si danno i soldi più volentieri a chi dimostra di saperne fare buon uso. Le sue opere, che affiancavano sempre alle dimensioni caritative servizi a pagamento, erano gestite come imprese, e quindi possibilmente dovevano ottenere anche un profitto, che veniva immediatamente investito in altre fondazioni.
Questo tipo di inserimento nella società americana, all’inizio quasi privo di coperture istituzionali e di soldi, era molto simile a quello che vivevano i migranti, e questa esperienza le fu preziosa nell’inventare strategie di aiuto per loro. Come rivelano le parole rilasciate in un’intervista al quotidiano «The sun» pochi mesi dopo il suo arrivo: «Il nostro obiettivo è quello di strappare gli orfani italiani della città dalla miseria e dai pericoli che li minacciano e far di loro dei buoni uomini».
Madre Cabrini infatti elabora un modello di integrazione per gli immigrati — un modello che seguiranno lei stessa, che nel 1909 prenderà la cittadinanza americana, e naturalmente le sue suore — per cui la nuova identità americana poteva convivere con quella italiana originaria grazie all’appartenenza alla religione cattolica. Proprio l’universalità del cattolicesimo, secondo lei, garantiva la continuità tra la situazione di partenza e quella di arrivo.
Anche se la vita per gli italiani e per i cattolici in generale era abbastanza dura, Francesca coglie nel nuovo mondo le possibilità reali di affermazione e d’inserimento, vede il lato positivo della libertà e della coesistenza di religioni diverse, garanzia di una tolleranza che l’Europa, malata di intolleranza anticlericale, non le assicurava più.
Da ogni casa da lei fondata partiva una rete di iniziative verso il quartiere che comprendeva la scuola parrocchiale e la visita alle famiglie. Le suore non solo portavano cibo e indumenti ai più bisognosi, ma incoraggiavano il battesimo dei bambini, la regolarizzazione dei matrimoni in chiesa e il ritorno alla pratica della religione cattolica. Gli immigrati in difficoltà sapevano che si potevano mettere in contatto con il convento per sollecitarne l’aiuto, sapevano che le suore avrebbero aiutato i disoccupati a trovare un lavoro, ricoverato i bambini senza famiglia e assicurato l’assistenza legale alle famiglie povere che ne avevano necessità. Se necessario, aiutavano anche coloro che desideravano rimpatriare. Presso ogni istituto vi era una segreteria per aiutare gli immigrati a scrivere a casa, a sbrigare le pratiche burocratiche, a tenere i contatti con le istituzioni del paese d’origine. Le modalità di intervento cambiavano a seconda delle necessità e delle caratteristiche del luogo di insediamento. A New Orleans ad esempio, dove un brutto episodio di violenza aveva generato un’ondata di spirito anti-italiano, la madre riuscì a recuperare la stima e l’ammirazione dei cittadini appassionati di musica facendo cantare Verdi durante una processione.
La sua strategia prevedeva di usare l’italiano con gli immigrati: in italiano erano i servizi religiosi e le rappresentazioni teatrali delle scuole, così come italiano era il personale degli ospedali e in parte l’insegnamento nelle scuole. Ma sua costante preoccupazione fu quella di garantire in ogni scuola un buon insegnamento nella lingua locale per favorire l’inserimento.
Le religiose si occupavano anche dei carcerati, il gruppo più disgraziato degli emigrati italiani: «Era spettacolo commovente vedere cento e più uomini rotti a ogni vizio pendere come fanciulli dalla bocca di un’umile suora, apprendere ciò che forse avevano sempre ignorato, muovere obiezioni e interrogare per comprendere meglio e sapere di più» scrive una cabriniana.
Si trattasse di miniere o di carceri, madre Cabrini non ebbe paura di inviare le sue suore — armate solo della loro carità — in luoghi terribili dove poche donne avrebbero osato mettere piede. La veste religiosa non sempre costituiva una difesa, ma esse riuscivano a farsi accettare da questi disgraziati rivolgendosi loro in italiano, con dolcezza, e mostrando con semplicità e pazienza sincero interesse per le loro anime. Per molti minatori o carcerati la voce delle suore e il loro sorriso costituivano il primo contatto umano dopo mesi di umiliazioni e fatiche, di isolamento e di disperazione. Il loro scopo era di dare dignità e speranza anche a quelle frange di disperati per i quali l’emigrazione era stata un fallimento.
In alcuni casi, le cabriniane riuscirono anche a ottenere la revisione di processi con esito favorevole ai condannati, penalizzati dall’ignoranza della lingua inglese che non permetteva loro di difendersi.
Per aprire una scuola, un orfanotrofio, un ospedale, destinati agli immigrati, madre Cabrini sceglieva sempre luoghi belli, edifici spaziosi e luminosi, possibilmente circondati da ampi spazi verdi. Così gli ultimi diventavano i primi. Ma voleva anche in questo modo dissipare le voci negative che gravavano sulla comunità italiana, rendendola poco accetta e poco stimata dagli altri gruppi etnici, soprattutto gli irlandesi. Gli edifici belli, lo stile con il quale apparecchiava le feste di inaugurazione, alle quali le autorità religiose e laiche erano invitate, ad assaggiare specialità italiane e ad ascoltare musica lirica, contribuirono non solo a rafforzare la sua fama di donna imprenditrice di valore, ma anche a migliorare l’immagine degli italiani.
Spesso nel preparare gli edifici alla nuova destinazione assistenziale dovette combattere con interi quartieri, che non volevano che un insediamento dedicato ai migranti italiani abbassasse il valore immobiliare delle case. A Chicago per costringerla a cambiare idea sabotarono l’ospedale in costruzione, ma Francesca non rinunciò al suo progetto, anzi, decise di far entrare subito i malati: «Non credo che i nostri nemici vogliano arrivare al punto di arrostire vivi i malati». E i fatti le diedero ragione. A Seattle vinse tutte le difficoltà che le furono frapposte e riuscì a trasformare un hotel di lusso in un bellissimo ospedale.
I movimenti migratori, che ai tempi di madre Cabrini riguardavano soprattutto gli europei più poveri che si recavano nelle Americhe, coinvolgono oggi tutti i paesi del Terzo mondo, e l’Europa, da base di partenza, è divenuta terra di arrivo. Ma Francesca Cabrini aveva già colto nel migrante l’uomo nuovo: senza radici, senza più appartenenze religiose o di patria, egli si deve costruire la propria identità e la propria vita. L’emigrazione è diventata il problema del nostro tempo, e proprio per questo la santa morta quasi cento anni fa, nel 1917 a Chicago, è oggi più attuale e più importante che mai.

di Lucetta Scaraffia

da: “DONNE CHIESA MONDO” MENSILE DELL’OSSERVATORE ROMANO – NUMERO 52 – DICEMBRE 2016 CITTÀ DEL VATICANO